A voce alta

Ci sono sempre, per prendere un gattino prigioniero su un albero o per infilarsi sotto un palazzo crollato per recuperare vite umane, per entrare in una abitazione avvolta dalle fiamme o per rispondere a una richiesta di aiuto dopo una esplosione. Sono quelli che si sporcano sempre le mani con una dedizione che è perfino commomente. Parliamo dei Vigili del Fuoco. Quei ragazzi, quegli uomini, quei padri, che quando c'è pericolo sono sempre in prima fila.

Martedì 10 novembre saranno a Roma per chiedere che il loro salario, con il quale mantengono le famiglie, venga equiparato non ai commessi della Camera o del Senato, ma ai loro colleghi, Carabinieri, Forestali, Poliziotti, Finanzieri e agli altri uomini e donne servitori dello Stato che indossano una divisa. Loro che per salvare le vite degli altri si gettano nel pericolo senza pensarci, sono oggi costretti ad andare a Roma perchè gli venga riconosciuto che la loro vita valga quanto quella degli altri colleghi. E c'era bisogno di andare a Roma. Quando un Paese costringe gente così ad andare in piazza, manifesta in modo palese una profonda ingratitudine. Soprattutto in un Paese dove la pratica "dell'armiamoci e partite" ha antiche radici il cui gene non è poi così cambiato dal Ventennio. I Vigili del Fuoco partono sempre, anche a costo della vita.